Aspetti Vocali

a cura di Luigi Fontana

Musica Lirica

 

Verdi: NABUCCO

Atto IV, scena prima: Dio di Giuda

Mai Nabucco avrebbe immaginato di doversi sottomettere al Dio degli Ebrei e, nel recitativo che precede la preghiera-romanza, il personaggio esplode nella frase “Ah! Prigioniero io sono!”, in cui l’incisività tecnico-vocale delle parole fa emergere la rabbia e la stupore di fronte alla scena a cui assiste. Nella frase successiva “Dio degli Ebrei, perdono!” si avvertono, in contrasto psicologico, la rassegnazione e la sottomissione all’Essere Supremo, fino a quel momento combattuto, che preparano un’accorata preghiera al Dio di Giuda. Le espressioni vocali e le timbrature foniche si adattano alla  sottomissione fino alla fine del brano, con un’emissione morbida e mai “violenta”, che trova supremi accenti nella frase conclusiva “Adorarti ognor saprò”, frase che sancisce la piena conversione del re babilonese al Dio degli Ebrei.

 

Verdi: RIGOLETTO

Atto I, scena ottava: Pari siamo!…

Strettamente legato al duetto precedente con Sparafucile, questo monologo fa emergere e definisce con maggiore aderenza e rilevanza più che in altre scene dell’opera il personaggio “Rigoletto”: sembra che Verdi stesso abbia preso parte alla stesura del testo che, per l’essenzialità e l’assenza di ridondanze melodrammatiche in uso nelle librettistiche dell’Ottocento, s’identifica col carattere del Maestro. È un recitativo arioso, un canto drammatico con frequenti pause, che fanno intendere momenti di intensa meditazione nel passaggio da un sentimento all’altro del personaggio. L’attacco tecnico-vocale è riferito totalmente al primo pensiero di Rigoletto: al paragone tra il proprio riso ed il pugnale di Sparafucile, entrambi scellerati poiché ugualmente uccidono, Rigoletto con la lingua e Sparafucile col pugnale. È anche un recitativo “scoperto”, tranne due accordi che accentuano le parole “pugnale” e “ride”, tra le più incisive. Momento qualificante è il fantasma ossessivo di Rigoletto che si manifesta con le parole “Quel vecchio maledivami” e che determina la sua ansia paurosa: frase quasi del tutto recitata, che poggia su una sola nota, quel “do” martellante di cui Monterone si era servito per scagliare la sua invettiva. Il timbro vocale si adegua perfettamente ai momenti su citati: mai forte e spinto, se non nella frase “per cagion vostra e solo”, mette a nudo le paure e lo sdegno di Rigoletto giustificando, come per un’autoassoluzione, la convinzione che tutto ciò non possa trovare seguito. La maledizione che potrà coglierlo è solo follia.

 

Verdi: UN BALLO IN MASCHERA

Atto III, scena prima: Eri tu

Romanza completa, formata da tre parti diverse sia nella vocalità che nell’espressione, pone al centro dell’attenzione la figura di Renato, personaggio alquanto ambiguo. La sua realtà amichevole si mescola bene con la sua realtà vendicativa: Renato arriverebbe ad uccidere l’amico Riccardo anche in assenza dei congiurati, la congiura è un comodo pretesto. L’aria ci rivela l’intensa interiorità del personaggio, duro con Amelia e manifestamente feroce nei confronti dell’amico Riccardo. L’iniziale “Alzati!” è di difficile interpretazione: vocalmente non forte, non duro, profondamente condizionato dai ricordi dolorosi. Il recitativo da cui emana è pieno di drammaticità e, nello stesso tempo, evidenzia l’amicizia tradita, sacra più dell’amore coniugale stesso. Nell’“Eri tu” successivo trovano compimento i nuovi sentimenti che animano Renato, fino all’estremo abbandono di “È finita” e “non siede che l’odio e la morte”. Da questo momento il personaggio, che si lascia andare alle dolci memorie perdute, cambia totalmente registro sia nella parte vocale sia nell’interpretazione: sembra un’altra persona che troverà la pace solo quando la sua vendetta sarà compiuta.

 

Verdi: DON CARLO

Atto IV, scena seconda: Per me giunto… O Carlo, ascolta

Sono due momenti dell’opera particolarmente intensi e commoventi e strettamente in relazione tra loro: musicalmente, vocalmente ed interpretativamente. Nella prima parte si ascolta un declamato intenso e timbricamente coinvolgente nell’emissione vocale: Rodrigo fa di tutto per salvare l’amico Carlo, ed il bene che lo lega a quest’ultimo gli fa pensare e credere che non ci sarà mai lontananza tra loro, anzi si ritroveranno insieme in Cielo come Dio certamente vuole. Nella seconda parte, l’estremo saluto di Rodrigo a Carlo infonde nel canto una tristezza che soavemente conquista l’ascoltatore, confortata dalla sicurezza che Carlo si possa ricordare dell’amico sincero e fidato. Nelle ultime battute Rodrigo cerca la mano dell’amico come se potesse trattenerlo in vita: è un momento di grande intensità emotiva, in cui la voce si fa tutt’una con l’interpretazione, forte sì, mai spinta, sempre elegante e nobile.

 

Verdi: OTELLO

Atto II, scena seconda: Credo in un Dio crudel

Nel “Credo” Jago è solo: guarda in sé stesso e manifesta senza freni la sua atea, cinica e cattiva anima; ha bisogno che giunga alle sue orecchie l’infamia del suo essere. La musica è piena di squilli e trilli che hanno del diabolico e che, insieme ad altrettanti colori armonici, dipingono l’anima nera e tortuosa di Jago. Tutto questo è manifesto nell’emissione vocale: timbricamente scura, riflette l’inferno di cui Jago è inquilino e che mette in perfetta simbiosi la voce con la rabbia e la cattiveria che gli sono propri. La forma è sciolta e la voce si fa ora cantante, ora recitata con durezza, ora sussurrata con paura. Qui egli svela il volto satanico che avrebbe nascosto, invece, nelle sembianze dell’”onesto” in “Era la notte”: come sarebbe apparso ad Otello, Emilia e Roderigo. Nemmeno la morte lo impressiona, e la frase lapidaria “La Morte è il nulla” ne è il segno più convincente. Tutto si conclude con un’affermazione spavalda e liberatoria che pietrifica tutto: “È vecchia fola il Ciel”.

 

Verdi: OTELLO

Atto II, scena quarta: Era la notte

Quando si ascolta questo brano si ha l’impressione che il personaggio di Jago voglia dimostrare la sua sincerità e nobiltà d’animo: con voce flebile e quasi commovente, racconta ad Otello il falso dire di Cassio nel suo falso sogno. Tutto si rivela aereo, ed Otello crede, senza avere dubbi, a tutto quello che Jago gli racconta e gli vuol far credere: tutto, dunque, viene eseguito a mezza voce, ed è essenziale rispettare scrupolosamente le indicazioni musicali di Verdi. La malignità del diabolico alfiere si acuisce ancor più qui che nel celebre “Credo” e, con quest’ultima, dà compiutezza al suo carattere demoniaco. Vocalmente non sembra di ascoltare il timbro che richiederebbe il personaggio: tutto si basa sulle espressioni leggere ed insidiose dell’emissione vocale, tutte sostenute timbricamente dal fiato.

 

 

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